Il posto delle fragole

La prima volta che ho visto questo film è stato più di dieci anni fa, a casa, con mia madre che continuava a ripetermi quanto fosse bello e valeva la pena vederlo. Il risultato fu che non ho mai voluto ammettere quanto mi fosse piaciuto.
Rivederlo ora mi ha fatto uno strano effetto.
Non perché ero in un cinema stupendo nel cuore di Londra, neanche perché era la prima volta che vedevo un film in svedese sottotitolato in inglese.
Semplicemente stavolta ero abbastanza grande da trovarci un senso che fosse un mio senso. E abbastanza rilassata da riuscire ad arrendermi alla sua bellezza. Alla riflessione sull’importanza dei ricordi che abbiamo da piccoli. All’idea che esistono luoghi della nostra infanzia le cui immagini si compongono e scompongono nella nostra vita con una velocità ed una frequenza tali che chiamarle passato ci spaventa un po’.
All’idea che anche se le fragole mi piacciono ancora, hanno un sapore diverso. E che le more che raccogli da bambina ti danno una soddisfazione che da grande non troverai mai più.

Il posto delle fragole è un gran film, e non perché è un film di Bergman. Ma perché è fatto così bene che riesci a vedere il colore di ogni cosa senza accorgerti che è in bianco e nero.

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